Scartabellando l’archivio baronale ho notato una grave mancanza storica e culturale; ci siamo completamente dimenticati dell’hardcore punk anni ’80 (alcuni direbbero dell’hardcore e basta).Dal nostro punto di vista non ci si può limitare a trattare esclusivamente le ultime derivazioni di un genere che anche in passato è stato capace di distruggere barriere e di creare vie “indipendenti” allo sviluppo di idee musicali originali e fuori schema.
Di quella stupenda stagione sono tanti gli alfieri che ancora oggi vengono giustamente incensati, basti pensare a Bad Brains, Black Flag, Misfits, Dead Kennedys, Negative Approach e appunto Minor Threat. La scelta di questi ultimi non è casuale, la band di Ian MacKaye è stata infatti nella sua breve vita la vera icona di un movimento che dura tra alti e bassi fino ai nostri giorni. I 45 secondi di Straight Edge (programmatica non credete?) e la furia di canzoni come Filler e I Don’t Wanna Hear It sono assolutamente esplicativi a riguardo; pezzi tirati e scarni certo, anche suonati male se vogliamo (‘sti cazzi aggiungo!), ma di un’intensità che raramente si è sentita altrove. E’ difficile anche solo pensare l’hardcore senza i Minor Threat, senza il fuoco sacro che è nato tra gli adolescenti bianchi e “sfigati” della Washington ottantiana e che è rimasto intatto nella sua furia fino ai giorni nostri pur mostrando tutti i suoi anni. La rivoluzione e le idee che hanno portato questi ragazzi nel mondo musicale è inversamente proporzionale allo scarsissimo successo ottenuto all’epoca dei fatti, senza quel movimento probabilmente non avremmo avuto gli Slayer, i Fugazi, i Nirvana, i Melvins, i Neurosis, i Refused e mi fermo qui per non essere prolisso.
Il Barone paga tributo all’hardcore originale, ai dischi con le produzioni da 2000 lire e al DIY, alle locandine disegnate da ebeti e ai batteristi che non portano il tempo. Invita inoltre tutti i gentili lettori a una bella dose di Minor Threat, peraltro non scomponendosi se la risposta dovesse essere: I Don’t Wanna Hear It!
Tracklist:
1. Filler
2. I Don’t Wanna Hear It
3. Seeing Red
4. Straight Edge
5. Small Man, Big Mouth
6. Screaming At A Wall
7. Bottled Violence
8. Minor Threat
9. Stand Up
10. 12XU
11. In My Eyes
12. Out Of Step (With The World)
13. Guilty Of Being White
14. Steppin’ Stone
15. Betray
16. It Follows
17. Think Again
18. Look Back And Laugh
19. Sob Story
20. No Reason
21. Little Friend
22. Out Of Step
(Camion, Could Nine, Cyruss, Godwatt Redemption, Stonebride, Zippo)
25 - 26/04/2008
Orange Rock Cafè (Pescara)
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PRIMA PARTE
CAMION / COULD NINE / CYRUSS
25/04/2008
TUBE CULT FEST, ovvero un appuntamento chiave per tutti gli amanti della scena heavy-psych/stoner/doom/sludge. Organizzata al solito dall’attentissima Apocalypse Agency, la manifestazione tenutasi a Pescara il 25 e 26 Aprile ha portato sul piccolo ma accogliente palco dell’Orange Rock Cafè ben 6 bands rappresentative proprio di certo modo di fare musica, il tutto attraverso un’attenta selezione che è poi andata a coprire quelle che sono alcune delle sfaccettature tipiche del genere. E così nella due giorni pescarese si sono potute ammirare bands davvero valide per una manifestazione riuscita al meglio e, soprattutto, gratuita. (continua…)
E se i nuovi Queens of The Stone Age venissero dalla porta accanto? La risposta a una domanda provocatoria come questa è il semplice ascolto di The Wreck of You, debutto dei ciociarissimi Fleven su UK Division. Una sorpresa solo per chi non ha ancora potuto assistere alle sempre convincenti prove live dei quattro di Fiuggi, autori di un’ottima miscela di stoner, r’n'r e grunge. Immaginate il fantasma di Kurt Cobain intrappolato tra gli ultimi Mastodon e i QOTSA di R, aggiungete tanta adrenalina, un pizzico di post-grunge americano, una produzione pazzesca e avrete della musica senza fronzoli e di spessore. Quello che traspare è il modo di scrivere i pezzi realmente superiore alla media, non uno stacco fuori posto, non un riff poco trascinante, tutto discograficamente perfetto. The Wreck of You è l’ulteriore tassello che ci voleva per confermare l’ottimo stato di forma della scena stoner italiana, un movimento che ormai ricopre tutte le sfumature di un macrogenere in continua evoluzione.
Supportate sti uaglioni!
Tracklist:
1. Peyotl
2. A crack in the room
3. Mr. Marmalade
4. Learn to listen
5. Sinister Inc.
6. Be a slave
7. The wreck of you
8. You won’t understand a thing
9. Throw me down
10. Stop it
Non sono state poche le difficoltà che ho trovato nel rapportarmi all’ultima fatica dei Torche.
Se dopo il debut album era plausibile attendersi l’ennesima produzione stoner-sludge costruita secondo gli stilemi che contraddistinguono sempre più l’attivissima “Hydra Head”, questa volta il risultato é per metà spiazzante. Nell’assorbimento di “Meanderthal” ci sono infatti due piani di lettura distinti e che portano a concluisoni diametralmente opposte: se da una parte chi prevedeva un album dalle movenze pesantemente pachidermiche è rimasto con l’amaro in gola, al contrario coloro che vi si sono approcciati senza grosse aspettative hanno avuto la fortuna di godersi un buon disco “rock”, cosa sempre più rara negli ultimi anni. Infatti, suoni a parte, l’ultima fatica dei Torche ha tutte le carte in regola per riproporre ad orecchie assueffatte a tempi pesanti e monolitici una buona dose di rock vero e proprio, come da tempo non se ne sentiva; tutto il disco è infatti strutturato secondo i canoni “classici” del macrogenere in questione: nella prima perte singoloni freschi e pieni di adrenalina, momenti più catartici e ricercati nell’ipotetico “B side”. Un mix di timbriche sludge e polverose mixate a strutture e frasi che molto spesso strizzano l’occhio ad i pezzi da heavy-rotation dell’osannato “Songs For The Dead”, must degli ormai inutili Queens Of The Stone Age. Per chi ha ascoltato l’ep precedente alla pubblicazione di “Meaderhal” questo full-length non rappresenta un vero colpo di scena, ma, per i fortunati che hanno lasciato da parte la manciata di brani precedenti al lavoro, possiamo affermare senza riserve che i Torche hanno (ri)portato una vera e propria ventata di giovinezza fra la polvere accumulata negli anni dalla musica del deserto, non con troppa convinzione ed efficacia, ma un tentativo da apprezzare. Perfetto per per la collezione primavera/estate 2008.
Avertenza: disco biodegradabile.
Tracklist:
1. Triumph Of Venus
2. Granades
3. Pirana
4. Sandstorm
5. Speed Off The Nail
6. Healer
7. Across The Shields
8. Sundown
9. Little Champion
10. Without A Sound
11. Fat Waves
12. Amnesian
13. Meanderthal
Questo non è un disco innocuo, facciamo a capirci, se non avete il fegato per calarvi nell’oscurità ed avvicinarvi alla magnificenza del Demonio lasciate perdere. L’album in questione è un lento e nero viaggio verso il centro della terra in cui visioni, fuochi fatui, magma, sacrifici umani, riti pagani e fameliche creature di fango si alternano lungo le strade che portano fin nella cripta del doom psichedelico, impero degli Ufomammut. “Idolum” è forse la produzione più oscura dell’intera discografia dei sovrani della Supernaturalcat (che si conferma, uscita dopo uscita, una delle migliori etichette italiane degli ultimi anni): un unico potente flusso di lava, capace di devastare qualsiasi cosa, che sembra esser stato invocato da lamenti e preghiere di una qualche setta animista-spiritista accecata dal desiderio di depurare l’umanità dalla plastica e dall’intellettualismo spicciolo.
L’ultima lisergica fatica del trio piemontese continua le stregonerie cominciate, più di trentanni fa, dai Pink Floyd di “A Saucerful Of Secrets”, buttando nel ribollente calderone forgiato dalla “sovrannaturale” band inglese strani liquidi dai colori neurotici e dagli odori prepotentemente drone. A differenza dei dischi precedenti, gli Ufomammut, grazie anche all’aiuto di membri dei Lento (fidi compagni di etichetta), in “Idolum” stratificano con maggiore ed insolita cura i suoni che fuoriescono dai loro amplificatori rendendo così il risultato ultimo tanto catartico e viscerale quanto compatto ed inesorabile. Otto monolitiche tracce che deflagrano con cinismo nei chakra di chi vi si pone all’ascolto sfiorando più volte il capolavoro: splendidi i ventisette lunghi minuti di “Elephantom” che chiudono magnificamente il discorso iniziato, altrettanto splendido il cerbero posto a metà disco “Hellectric-Nero-Ammonia”.
Se non avete ossessioni avanguardistiche “Idolum” presenta da subito la sua sepolcrale candidatura per accaparrarsi le prime posizioni della playlist 2008… sempre che il vostro cuore e le vostre orecchie resistano ad i morsi di Urlo e compagni.
Basta il nome per spiegarci, quel nome strano ed enigmatico, non certo da metal band. Quel nome che da dieci anni a questa parte sempre più frequentemente ha acquisito le caratteristiche proprie di un aggettivo quando si parla di musica estrema e non solo. “Senti ’sto riff, sembrano i Meshuggah”. Sembrano appunto, perchè gli originali sono di nuovo tornati tra noi con ObZen, l’atteso successore dell’enorme Catch 33. Dico la verità, stavolta la cosa che colpisce (e stupisce) di più è il ritorno dei quattro svedesi a una forma canzone più “semplice” e diretta. Prendete con le pinze quest’ultima affermazione, ci troviamo comunque sia di fronte al più feroce Leviatano in circolazione, al mostro che ha generato e continuerà a generare dei terrificanti deliri sonori, non delle canzonette. Combustion, la prima traccia, è certamente una sorpresa, quasi “divertente” oserei dire, una specie di rivisitazione del classico death metal scandinavo in chiave “rimbalzante”. I nostri picchiano e vanno veloci, tempi più “dritti” (su ObZen c’è il ritorno di Thomas Haake dietro le pelli) e voglia di far male come agli esordi. Bleed è terrorismo sonoro, una canzone devastante, non umana, non eseguibile o replicabile, assolutamente estrema e rabbiosa, con quel giro di doppia cassa assassino, le chitarre come affilate lame rotanti e la voce di Kidman abrasiva e tagliente come mai prima. Forse la Angel of Death degli anni ‘10.
Il resto del disco è stranamente facile da digerire e da assimilare, vuoi il fatto che non sia un concept estremamente cervellotico, vuoi che alcune soluzioni stilistiche ormai le conosciamo bene, vuoi che sotto sotto i nostri abbiano voluto giocare sul sicuro; sta di fatto che la sensazione netta è quella di trovarci davanti a un ritorno (inaspettato) al metal vero e proprio, in barba alle critiche sfacciatamente leccaculo da parte di certa stampa considerata “alta”.
In conclusione possiamo tranquillamente affermare che ObZen non è il capolavoro assoluto che inconsciamente tutti avremmo sperato di ascoltare, ma è quasi certamente il miglior disco di metal possibile nel 2008.
Tracklist: 1. Combustion
2. Electric Red
3. Bleed
4.Lethargica
5. ObZen
6. This Spiteful Snake
7. Pineal Gland Optics
8. Pravus
9. Dancers To A Discordant System
The Dillinger Escape Plan, Poison The Well, Stolen Babies, Figure Of Six
22/03/2008
Vidia Rock Club (Cesena)
Devo dire che l’attesa non era poca, per un motivo o per l’altro la venuta dei The Dillinger Escapa Plan in Italia scivolava da un po’ di tempo mettendo da parte la speranza di vedere (o ri-vedere) gli alfieri del math-core nello stivale. Ed invece ecco sopraggiungere la buona novella “22 Marzo 2008, The Dillinger Escape Plan - Poison The Well – Stolen Babies @ Vidia Rock Club UNICA DATA ITALIANA”… e chi se lo perde?!
Il tempo passa ed il 22 marzo si avvicina fra gli ossessivi ascolti dei vari “Ire Works”, “Calculating Infinity” e “Miss Machine” intersecati dalle produzioni di marca “Poison The Well”. Tutto fila a gonfie vele a tal punto che fatico a credere che il giorno prima del live termini con l’ottimo concerto dei Dead Meadow in contemporanea ed in antitesi alla mondovisione della “Via Crucis”. Le ore continuano a trascorrere, la mia “prima volta” con i DEP si avvicina gradualmente: il Vidia promette una gran serata e le ultime positive note dei “Figure Of Six” (band metalcore italiana investita dal non facile compito di aprire le danze), malgrado sembrino facenti parte di pezzi un po’ troppo piatti, ne sono la conferma. I giovani romagnoli finiscono la propria session ed i tecnici del locale cominciano a smontare per il cambio di palco, i tempi morti fra una band e l’altra sembrano non finire mai ed in effetti sono davvero lunghi, passano più di trenta minuti prima che si spengano le luci e salgano sul palco gli “Stolen Babies”. (continua…)
Non è facile confermarsi dopo un album come “The ultimate destroyer”, ma con questo nuovo lavoro i Lair of the Minotaur tornano a prendere a calci le nostre orecchie, con una violenza estremamente razionale e allo stesso tempo devastante.
Le aggressioni thrash sono ancora più tirate, incastrate alla perfezione con gli stacchi più heavy attraverso cambi ancora più ricercati rispetto al passato, sempre impantanati in una sfumata vena sludge, e accompagnati dalla voce che spazia dal growl allo scream con la disinvoltura che ben conosciamo; il tutto ci aggredisce con una produzione al solito volta ad esaltare la loro “grezza” precisione.
Anche i momenti doom sono migliorati notevolmente, soprattutto sulla splendida Doomtrooper, il cui titolo rende in pieno l’idea, in cui la band dimostra di sapersi destreggiare alla grande anche nel suddetto genere.
War Metal Battle Master è un disco che non si può non considerare se si ama la musica pesante (anche se si è nostalgici degli anni ‘80), e che conferma l’importanza che hanno acquisito i Lair of the Minotaur nella scena metal statunitense e non solo; se poi ci mettete il fatto che loro lo definiscono un “concept album about solving conflicts with a big fucking axe”, non capisco cosa aspettiate a procurarvelo.
Tracklist:
1. Horde of Undead Vengeance
2. War Metal Battle Master
3. When the Ice Giants Slayed All
4. Slaughter the Bestial Legion
5. Black Viper Barbarian Clan
6. Assassins of the Cused Mist
7. Doomtrooper
8. Hades Unleashed
“Per suprematismo intendo la supremazia della sensibilità pura nell’arte. Dal punto di vista dei suprematisti le apparenze esteriori della natura non offrono alcun interesse; solo la sensibilità è essenziale. L’oggetto in sé non significa nulla. L’arte perviene col suprematismo all’espressione pura senza rappresentazione”
(K. Malevic)
Sin dall’artwork è tutto chiaro, il quadrato rosso su sfondo bianco in copertina è un palese rimando al futurismo pittorico russo di matrice suprematista e ad una delle più importanti opere di Malevic, interprete assoluto dell’intera corrente. Un’indicazione figurativa ma non solo che fusa agli echi dei “Red Saprowes”, citati fin dalla scelta del nome (“At the Soundless Dawn”, è il primo full length dei musicisti di Los Angeles), si pone come un intrigante biglietto da visita per l’intero operato dei cinque giovani modenesi. “Red Square: We Come In Waves” è uno splendido filo di Arianna che interseca svariate esperienze sonore, legate a post-rock e post-core, alla ricerca del significato più che del significante. Le plurime forme espressive usate nel disco “fanno quadrato” attorno alla sostanziale e solida emotivà ed al percorso introspettivo che i nostri sviluppano nel disco. Un esordio davvero coi fiocchi in cui gli “At The Soundawn” giustappongono alla perfezione tutto il loro background artistico in un unica imponente icona intrisa di tonnellate di cultura musicale dosate alla perfezione: “Callisto”, “Rosetta”, inserti elettronici, sex, metal-core d’inizio secolo (in più di qualche momento mi hanno ricordato i primi “Killswitch Engage”), reminiscenze progressive anni ‘80-’90 ed una buona dose di memorie post-rock Louisvilliane.
In definitiva un lavoro intenso, ben riuscito, ed impreziosito dalla meticolosissima produzione, forse troppo “importante” se preso come una promessa da mantenere. Unico spigolo da smussare l’estrema contrazione strutturale dell’intero lavoro che esaurisce con eccessiva velocità spunti che avrebbero bisogni di più ampio respiro.
Tracklist:
1. Slight Variations
2. Submerged
3. One Day Before
4. Phone Will
5. Sundown In Rome
6. Rain Falls
7. Frames Of You
Non proprio pieno deserto, forse più radura; qualche accenno di macchia mediterranea ci sottolinea che siamo in Europa, ma il sole cocente di mezzo giorno mistifica tutto premendo forte sulle meningi ed appesantendo ogni passo. Tra un cedimento e l’altro, però, bisogna andare avanti per cercar di tornare a casa sani e salvi: niente acqua, niente cibo, solo un libro di Castaneda per giustificare al nostro “Io” le molteplici e sfocate visioni che si succedono agli occhi.
Si potrebbero scrivere molte righe su questa ultima fatica degli andalusi Orthodox, più che un disco un vero e proprio rito iniziatico: i suoi quarantotto psichedelici minuti non si scollanno dal cervello neppure per un secondo, “Amanecer En Puerta Oscura” è una specie di rilettura della seconda parte di “Ummagumma” dei Pink Floyd (disco in studio per intenderci) in chiave psy-ambient-doom-drone-jazz-freak, in cui non è difficile cogliere i più svariati echi artistici: dagli Earth ai Sunn O)) agli Electric Wizard, passando per il krautrock di matrice più fricchettone (vedi “Phallus Dei” degli Amon Düül II), e finendo con leggeri spifferi morriconiani.
Un full-length ciclico, progressivo, spaesante ed evocativo in grado di restituire molti dei sapori di “El Topo” (celebre film di Jodorowsky) trapiantandoli dal Sud America nella penisola Iberica.
Tracklist:
1. Con Sangre De Quien Te Ofenda
2. Mesto, Rigido E Cerimoniale
3. Solemne Triduo
4. Amanecer En Puerta Oscura
5. Puerta Osario
6. Templos
7. Parte II. Apogeum